In un periodo storico scandito da errori clamorosi, retropensieri incalzanti e proteste con crisi di pianto, la storia dell’arbitro Andy Wainwright è quanto mai pertinente oltre che spunto di riflessione. Anche il direttore di gara vive la pressione, il timore di perdere la lucidità; il senso del rigore e del rispetto delle regole sono l’unico monito di un arbitro… anche a costo di andare contro sé stessi.

Siamo nel 1998, si gioca un match valido per la Sunday League inglese; Andy Wainwright sapeva che sarebbe stato difficile non perdere il controllo della gara ma di certo non poteva immaginare che presto la situazione gli sarebbe scivolata di mano in maniera irreversibile. Una partita infernale, proteste da una parte e dall’altra; entrambe le squadre recriminano, insultano, incendiano gli animi e le discussioni. Il direttore di gara cerca di mettere mano al taschino per ovviare a quella tensione crescente, ma il risultato è agli antipodi delle sue speranze.

Arriva l’ennesima decisione divisiva, il portiere della squadra che pensava di aver subito uno scabroso torto arbitrale prima si indigna, poi passa direttamente alle prese in giro. Questa volta Andy Wainwright perde non solo il controllo della gara, ma anche di sé stesso; un raptus che sembrava irrefrenabile lo spinge quasi ad inveire fisicamente contro il giocatore. Si ferma ad un passo dal trasformare la rabbia in violenza, il risentimento in qualcosa che avrebbe compromesso definitivamente la sua stessa passione.

Andy Wainwright, quasi in preda alla schizofrenia, ha in realtà compiuto un gesto che se letto simbolicamente stimola attente riflessioni rispetto a ciò che vive oggi il calcio italiano e più generale sulla figura del direttore di gara. L’arbitro torna lucido, si ferma come alla vista di un fantasma; con calma olimpica, come se stesse per fare la cosa più banale del mondo, sventola il cartellino rosso… ma verso sé stesso!

Tutti a bocca aperta, spiazzati: l’arbitro ha espulso sé stesso. Andy Wainwright ha compreso di essere andato oltre; nel tempo di un istante si è sentito in dovere di auto-punirsi lasciando entrambe le squadre spaesate e prive di una guida in mezzo al campo. Un gesto privo di logica, paradossale ma al contempo emblema di chi vive nel rispetto delle regole e per far sì che le stesse vengano rispettate.

Andy Wainwright è così passato alla storia come ‘l’arbitro che espulse sé stesso’, ma non solo. E’ stato anche colui che ha dimostrato, nel modo più teatrale e surreale, quanto sia prioritario per un direttore di gara non commettere errori; anche un arbitro soffre per i suoi demeriti, al pari di un calciatore che sbaglia un rigore, al pari di un allenatore che sbaglia una sostituzione. Il valore del rispetto legato al senso del dovere, forse, è la morale più calzante per la storia di Andy Wainwright: l’arbitro che espulse sé stesso.

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