Presentata come una placida scampagnata, la sfida tra Inter e Kairat Almaty nell’ultimo turno di Champions League si è presto tramutata in un thriller da pelle d’oca. Mai sottovalutare l’avversario, anche quando mezza squadra di mestiere lavora in fabbrica e le avventure sul rettangolo di gioco sono più un hobby che una professione. Dal Kazakistan con furore, la Cenerentola della massima competizione europea mette alle corde coloro che avrebbero dovuto archiviare la partita con una goleada. Il risultato, per fortuna, premia l’Inter con i 3 punti: sia per la classifica che di sutura dopo le bastonate di Cristian Chivu ai giocatori di ritorno negli spogliatoi.

INTER KAIRAT ALMATY 2-1: PAGELLE GOLIARDICHE

LAUTARO MARTINEZ: 7 –

Chivu, intervistato in settimana, aveva ricordato a Lautaro l’importanza del sorriso. Si trattava evidentemente di uno spot pubblicitario per un nuovo dentifricio; altrimenti non si spiega perché l’argentino scende in campo ancora una volta con sguardo arcigno, due ‘vaffa’ già pronti sulla punta della lingua e un tirapugni abilmente nascosto nelle mutande. Dopo 18 minuti aveva già mandato a quel paese mezza squadra avversaria e l’arbitro; addirittura, pur di non propiziare un’ira ancor più funesta, i difensori del Kairat Almaty lo lasciano segnare. La matrice del soprannome ‘El Toro’ è ormai chiara, ma perché ultimamente vede sempre rosso? DALTONISMO SELETTIVO

CARLOS AUGUSTO: 8,5

L’imperatore Augusto pose fine a circa un secolo di guerre civili, Carlos sfida il suo quasi-omonimo trattando il rettangolo di gioco come terra di conquista. Chivu lo colloca in difesa, lui ha l’ardire di contraddirlo e inizia a spaziare come assillato dal cruccio del conquistatore. Mentre il tecnico dell’Inter sta per lanciare una ciabatta per colpirlo alla nuca, lui sfodera una rasoiata ad una velocità illegale in almeno 148 stati costringendo il proprio allenatore a deporre l’arma bianca. Tanto basta per evitare ai compagni una figuraccia internazionale e per pretendere che a fine gara si organizzi una cerimonia ufficiale per la sua incoronazione. ACTA EST FABULA

STEFAN DE VRIJ: 6 –

Un professore un po’ attempato, per anni ad inseguire la chimera del posto fisso; dopo aver passato l’intera carriera a ripetere sempre gli stessi argomenti, ad assegnare sempre gli stessi compiti, esegue ormai a memoria gli obblighi del suo mestiere. Eppure, su un calcio d’angolo che poteva imbarazzare solo qualche dilettante allo sbaraglio, viene colpito da un’amnesia fatale; tutti in area aspettano il suo guizzo, il suo consiglio, lui cerca l’ispirazione svanita portando lo sguardo al cielo e nel frattempo un avversario infila il gol del pareggio. Una sbavatura che poteva rivelarsi imperdonabile, per fortuna ci ha pensato Carlos Augusto a togliere le castagne dal fuoco. Assorbita la defaillance torna in cattedra ma riflette sul futuro: ‘Quasi quasi, torno a fare il supplente’. UNA VITA DA PRECARIO

PIOTR ZIELIŃSKI: 7

Cresciuto a pane e Zubrowka, ogni tanto sbanda ripensando a quelle mattine gelide in patria; la nonna lo svegliava strillando, gli offriva un primo bicchiere di vodka aromatizzata con erba di bisonte e lui passava in un attimo dagli occhi stropicciati ad uno sguardo da cane da tartufo. La prima mezz’ora contro il Kairat Almaty mette in evidenza un centrocampo soporifero, Cristian Chivu fiuta il pericolo; chiama Piotr e gli passa sottobanco un cicchetto della tipica bevanda polacca. Pochi minuti e si tramuta nel faro della mediana, nel direttore di un’orchestra che senza il suo guizzo sembrerebbe una banda di paese. Le velleità lasciano il posto alla calma olimpica e quando sembra stia per abbattersi una tempesta sui nerazzurri è forse l’unico a scorgere in lontananza la schiarita. A fine gara i compagni festeggiano in pullman, lui torna a casa a piedi per smaltire la sbornia. PRESTAZIONE POSITIVA… ALL’ALCOL TEST

FEDERICO DIMARCO: 6,5

Da piccolo sognava di fare il regista, ma non in campo; immaginava le sue gesta sul set a dirigere attori di fama mondiale portando sul grande schermo kolossal capaci di sbancare al botteghino. Sfumato quel desiderio si ritrova ora a stendere pellicole sulla fascia sinistra; contro il Kairat Almaty sfrutta i soliti effetti speciali per viaggiare indisturbato. Ad ogni stop di sinistro pietrifica l’avversario più vicino, modifica con l’intelligenza artificiale anche i lanci più scanzonati accomodandoli sul dorso del piede. Quando la sfera di gioco sembra sfuggirgli, con un trucco di magnetismo torna in controllo per tentare cross, tiri e fughe solitarie. Termina la partita senza finire sul tabellino; la prestazione però lo ispira e segna su un taccuino la bozza di una sceneggiatura dalla stroncatura assicurata. DI FELLINI SOLO IL NOME

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